Visualizzazione post con etichetta leadership. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leadership. Mostra tutti i post

domenica 2 febbraio 2014

Cosa vogliamo o cosa non vogliamo?

timore e aspirazion
Timore e aspirazione
Alla domanda "cosa vuoi?" spesso sentiamo rispondere con un "non voglio..." sembra quasi che le visioni negative primeggiano nella nostra mente e probabilmente sono più comuni delle visioni positive.

Tutto ciò che gira intorno a noi pone al centro dell'attenzione la negatività anziché la positività. Sentiamo spesso dire frasi tipo "lotta alla droga", "guerra alla criminalità",  "lotta all'evasione fiscale", "lotta all'assenteismo", ecc.

Pensare in maniera negativa ci limita pesantemente almeno per tre motivi:
  1. l'energia che potremmo utilizzare per creare qualcosa di nuovo viene indirizzata per preservare il presente e prevenire qualcosa che non vorremmo mai accadesse;
  2. la negatività trasmette un messaggio sottile di impotenza e frena l'azione;
  3. le visioni negative hanno poca durata e svaniscono con l'affievolirsi della minaccia.

Ogni persona e ogni organizzazione può decidere di abbeverarsi a due fonti: quella del TIMORE e quella dell'ASPIRAZIONE. Il timore ha alla base la visione negativa e può produrre dei cambiamenti importanti ma per un breve periodo. L'aspirazione trae potenza dalla visione positiva e produce nel tempo stimolo, crescita e apprendimento continuo.

giovedì 5 dicembre 2013

I medio-manager

Grandi risultati derivano da grandi prestazioni e le prestazioni migliori si hanno quando la motivazione è alta.

La motivazione è l’insieme dei motivi che spingono una persona ad agire; questi motivi sono in stretta relazione con suoi bisogni e con la sua capacità di elaborare un piano d’azione per soddisfarli, inoltre sono guidati da processi emotivi e cognitivi.

Purtroppo conosco manager e imprenditori che non hanno consapevolezza di ciò, e gestiscono le persone non come risorse bensì come spese. 

Anziché liberare le risorse interne e ottenere grandi risultati, stabiliscono una performance, dettano i tempi, si illudono di conoscere il lavoro a menadito meglio di chi lo svolge quotidianamente e, cosa ancora più incredibile, tempificano la relazione che intercorre tra cliente-azienda. 

Un esempio: se un collaboratore capisce che un cliente ha necessità di elementi ulteriori sul prodotto o servizio acquistato ha due possibilità: può soddisfare il cliente o può soddisfare il manager. Per il cliente un minuto in più speso per parlargli del prodotto è indice di professionalità e cortesia, per il manager è perdita di tempo.

Io chiamo questi manager “medio-manager” perché ogni volta che aprono bocca parlano di tempi medi, valori medi ecc. Ottengono così dei risultati medi, cioè mediocri. Il termine mediocre deriva da latino mediòcrem il cui significato è «stare di mezzo trhttp://www.autostima.net/shopping/prodotto.php?id_prodotto=543&pp=104977&utm_source=Aff104977&utm_medium=linkAff&utm_campaign=Aff104977id543a gli estremi», tra il poco e il tanto, il piccolo e il grande.

Tratto dall'ebook "Motivazione, la chiave per il successo"

martedì 3 dicembre 2013

Visioni complesse... o complessità di visione

Esistono due tipi di complessità: la complessità al dettaglio e la complessità dinamica.

Solitamente le aziende affrontano la prima complessità, quella al dettaglio. Essa presenta molte variabili, motivo per cui in azienda si stilano piani di programmazione strategica, raffinate previsioni e analisi dettagliate.

Questi strumenti però non riescono a sortire l'effetto desiderato. Perché?
La risposta sta nel fatto che questi strumenti non sono utili per gestire la complessità dinamica.

Siamo in presenza di complessità dinamica quando gli effetti degli interventi intrapresi non sono ovvi, quando la stessa azione messa in atto ha effetti diversi a breve e lungo termine.

Per un manager il vero effetto leva è capire la complessità dinamica, non quella al dettaglio. 

domenica 1 dicembre 2013

La seconda credenza del leader: esistono risultati buoni e meno buoni, non esistono insuccessi.

A colpo d’occhio può sembrare che io sia entrato in contraddizione, infatti nella Credenza n. 1 dico che sei tu la causa dei tuoi insuccessi, mentre qui ti dico che non esistono. Sei tu che dai un significato particolare a un evento, non è l’evento in sé che ha significato. 

Se avevi in mente di raggiungere la posizione di direttore vendite, ma sei stato promosso a capo area, solo tu puoi interpretare una promozione in un insuccesso limitandoti e negando a te stesso nuove prospettive.

Chi fa carriera, invece, pensa che è un altro passo per avvicinarsi alla direzione vendite. Chi ha già fatto carriera sa bene che per raggiungere la vetta occorre ingoiare tanti rospi, far buon uso delle esperienze negative e utilizzarle per non incorrere negli stessi errori.

L’aspetto fondamentale di questa credenza non sta tanto nel saper elaborare i risultati positivi, ma soprattutto nel saper elaborare quelli negativi. Ricorda, non esistono insuccessi, ma solo difficoltà da superare.

martedì 26 novembre 2013

L'organizzazione che apprende

Le organizzazioni apprendono tramite le persone che a loro volta apprendono e si portano a un livello di conoscenza superiore. 

Al contrario l'apprendimento dei singoli individui non garantisce che vi sia un apprendimento dell'intera organizzazione. 

Questo ci fa capire che un'organizzazione dovrebbe sviluppare i talenti personali dei singoli individui che ne fanno parte. Le organizzazioni sono fatte da persone che esprimono opinioni, dubbi, pensieri, desideri, ecc.

Non può esserci uno sviluppo se i dipendenti di un'azienda non sono motivati e non sono attratti dagli obiettivi di crescita e miglioramento.

I manager e i leader illuminati devono prendere i concetti studiati all'università come "pianificazione", "gestione" e "controllo" e metterli da parte per fare spazio ad azioni che mettono le persone in condizioni di dare il loro miglior contributo alla causa. I nuovi dirigenti fanno propria la responsabilità delle vite di tanti dipendenti.

mercoledì 20 novembre 2013

Credenza n. 1: sei tu la causa sia dei tuoi successi che dei tuoi insuccessi.

La prima credenza del leader

Questo è il primo di 8 post dove svelo le 8 credenze che i grandi capi del passato hanno sviluppato.


Credenza n. 1: sei tu la causa sia dei tuoi successi che dei tuoi insuccessi.

"Ho letto tante biografie e autobiografie, sia di grandi imprenditori e manager di oggi che grandi personaggi del passato. Tutti sapevano assumersi la propria responsabilità. Tutti sapevano che ciò che accadeva era merito o demerito loro. Se vincevano era merito loro, se perdevano era demerito loro. 

Non erano vittime delle circostanze, anzi pensavano di poterle in qualche modo controllare.

Anche se questo paragone è abbastanza lontano dalla realtà o dall’obiettivo che ci poniamo in questo ebook (infatti noi non dobbiamo ampliare i confini di Roma ma fare carriera) questa credenza alimenta anche tutti coloro che dal nulla hanno creato la loro carriera lavorativa."




venerdì 1 novembre 2013

Come risolvere un dilemma

Non sempre prendere una decisione sul nostro futuro, sul lavoro, in amore, è una cosa facile. 

Quante volte ce ne restiamo li fermi, indecisi, anzi incapaci a prendere una decisione?

Più pensiamo al dilemma, più restiamo privi di soluzioni: sia le motivazioni che ci spingono a cambiare che quelle che ci spingono allo status quo sembrano uguagliarsi.

E allora cosa fare?

Disegniamo su carta due punti: a sinistra scriviamo "Cosa mi trattiene?" e a destra "Cosa mi attrae?". Nel mezzo disegniamo noi stessi all'interno di un ingranaggio che ci porta da una parte o dall'altra. 

A questo punto chiediamoci: "Cosa mi trattiene e cosa mi attira". E' un esercizio che puoi svolgere anche con un tuo amico. Fai focalizzare la sua attenzione sul disegno e poi ponigli la stessa domanda.

Tutto ciò può sembrare strano e banale ma le domande sono poste in senso positivo e in modo tale che qualsiasi sia l'alternativa che scegliamo mettiamo in luce i fattori motivanti della nostra scelta. Provare per credere...

martedì 29 ottobre 2013

I luoghi comuni vestono la mediocrità...

I luoghi comuni non comunicano nulla, solitamente vengono utilizzati per creare simpatia nell'interlocutore o per sfuggire da concetti precisi e dettagliati.

Alcune persone li utilizzano per comodità, perché come diceva Henry Ford "pensare è una delle cose più difficili", altre invece lo li utilizzano per distogliere l'interlocutore dal contenuto della comunicazione.

Ragionare per luoghi comuni ci porta alla mediocrità, infatti se andiamo in profondità e analizziamo un problema, ci accorgiamo che la specificità di un fatto non lascia posto per luoghi comuni.

Tendenzialmente siamo pigri e per questo motivo siamo portati ad utilizzare frasi e detti comunemente condivisi. Essere specifici significa pensare, riflettere, ponderare, valutare, pesare... essere specifici significa far lavorare il cervello, andare oltre il comune sentire.

Per uscire da questa spirale dobbiamo fare forza su noi stessi, dobbiamo acquisire e sviluppare la capacità di riflessione interna. Se vuoi approfondire fai click su Aikido Mentale

Aikido Mentale è un metodo che ho ideato per difendersi dalle persone negative e per gestire le proprie emozioni, questo metodo è utile anche per superare i luoghi comuni


domenica 13 ottobre 2013

Non potrai mai sapere tutto...

Uno dei grandi errori che commettono persone anche in gamba è che pensano di poter far tutto da soli. 

Sono persone in gamba ma non otterranno mai risultati eccellenti. Di fronte ad un problema troveranno la soluzione personale ma non costruiranno un team di persone che lo faccia per loro.

Al contrario i grandi leader, i grandi uomini che hanno cambiato le nostre vite, costruiscono intorno a loro un team di persone che sanno rispondere ad ogni dubbio e trovano la soluzione ai problemi che inevitabilmente si affacciano lungo il percorso dell'evoluzione.

Henry Ford era considerato un grande industriale ma allo stesso tempo un ignorante. I giornalisti non riuscivano a spiegarsi come un uomo così ignorante potesse ottenere grandi risultati. Allora Henry Ford li convocò nel suo ufficio e disse loro che avrebbe risposto a ogni domanda.

I giornalisti si precipitarono all'appuntamento e iniziarono a porre domande tecniche a Ford. Quando non sapeva rispondere direttamente alzava la cornetta del telefono e chiamava un tecnico, poi riattaccava il telefono e rispondeva al giornalista.

La cosa andò avanti per un po di tempo finché un giornalista espresse disappunto sul fatto che Ford non conoscesse direttamente le risposte ma si faceva aiutare dagli esperti.

Ford rispose semplicemente con un'altra domanda: "perché avrebbe dovuto conoscere tecnicismi quando pagava persone per farlo"? e concluse dicendo "il segreto non sta nel conoscere le cose, bensì le persone".


mercoledì 2 ottobre 2013

Visione

La visione è immaginarsi un futuro possibile, è vedere con i propri occhi quello che vorremmo accadesse.

La visione rappresenta i sogni, le speranze, gli obiettivi prefissati, i progetti applicati. Tutto ciò ha a che fare con una realtà non ancora accaduta ma che presto sarà trasposta dalla mente alla materia.

La visione permette di creare una cosa prima nella nostra mente e poi ci permette di realizzarla.

Grazie a questo potere siamo capaci di reinventare la nostra vita, di dare nuovo slancio e linfa vitale alle nostre azioni, purtroppo spesso viviamo una vita al di sotto del nostro potenziale, limitandoci a vivere le visioni di altri.

La più grande visione che possiamo sviluppare è quella di sviluppare la consapevolezza del proprio destino, dell'essenza della vita e del ruolo che in essa svolgiamo.


lunedì 30 settembre 2013

Gestire il cambiamento

Sono tanti coloro che annunciano grandi cambiamenti in azienda ma poi non riescono a gestirlo, sembra questo un comune ostacolo al cambiamento vero e proprio. 

I leaders fanno a gara per annunciare cambiamenti sostanziali ma poi non riescono a invogliare gli altri, non li rendono partecipi e finiscono per fallire miseramente.

I dipendenti sanno che questi annunci hanno vita breve e che nella maggior parte dei casi non seguirà un percorso guidato, bensì il tutto sarà lasciato al caso e verrà surclassato dalla quotidianità.

Essi non sentono loro il cambiamento, anzi lo percepiscono come un nemico perché intravedono in esso un'imposizione dell'azienda.

Questo accade soprattutto quando il cambiamento viene imposto dall'alto ma anche quando si struttura dal basso, specialmente quando i vari reparti entrano in conflitto.

venerdì 13 settembre 2013

I problemi vanno affrontati

Capita spesso che commettiamo degli errori. Alcuni reagiscono malamente e non perseguono più un obiettivo, altri invece si ostinano e vanno avanti.

L'errore fa parte della vita e non possiamo eliminarlo, occorre invece imparare a conviverci. Più ci prepariamo ad affrontarli meglio riusciremo a uscirne e risolvere la situazione.

Quando ci capita un problema anziché infuriarci e farci prendere dall'onda emotiva riflettiamo con calma, diciamoci pure che "avremmo dovuto prevederlo". L'atteggiamento giusto è quello della flessibilità: la migliore risposta è adattarsi alla situazione senza tanti problemi. 

Fatto ciò dobbiamo anche imparare da tutto ciò e capire come avremmo potuto evitarlo per innescare un processo di miglioramento che ci permetterà di commettere sempre meno errori in futuro. 

mercoledì 11 settembre 2013

Spendere nelle persone: il miglior investimento aziendale.

E' incredibile quanto vero: le aziende spendono il 70% del denaro per pagare gli stipendi ma non spendono nulla per la loro formazione!

Sono in tanti gli imprenditori che spendono più tempo e denaro per la manutenzine degli edifici e delle macchine che degli uomini che fanno parte dell'azienda.

Sono in tanti i lavoratori che alla domanda "stai lavorando bene?" neanche sanno rispondere. Nessuno si cura di loro, nessuno si prende la briga di comunicare cosa si aspettano da loro. Alcuni alla domanda rispondono che pensano di lavorare bene ma non perché il capo lo ha chiamato e gli ha fatto i complimenti, bensì perché non ha subito urla e sbraiti. Sembra quasi che lavorare bene significhi non subire nessuna punizione.

Tutti i responsabili sanno cosa vogliono dai dipendenti ma non lo comunicano, attendono a fine anno per tirare le somme e eventualmente farne fuori qualcuno così sembrano bravi agli occhi dei titolari o dei capi e fanno vedere di avere la situazione sotto controllo.

Per motivare un dipendente occorre invece dirgli esattamente cosa ci si aspetta da lui e valutare durante l'anno la sua performance in maniera aperta, mettendo il dipendente in condizione di poter fare una corretta autovalutazione.


martedì 3 settembre 2013

Il futuro delle organizzazioni

Il mondo diventa sempre più complesso, interconnesso e le aziende per stare al passo con i tempi devono diventare complesse e dinamiche. 

Qualche anno fa bastavano poche persone capaci di apprendere e poi trasferire tale sapere a cascata su tutti i reparti.

Oggi questo tipo di organizzazione è entrato in crisi e non riesce a dare le risposte che il mercato attende.

Le organizzazioni che in futuro saranno eccellenti, dovranno invogliare tutti all'apprendimento collettivo, dove ognuno svolge il suo ruolo e partecipa fisicamente e mentalmente al raggiungimento dello scopo organizzativo.




mercoledì 28 agosto 2013

Se mai inizi, mai fallirai!

Se non inizi, mai fallirai! Sembra quasi una frase sciocca, ma nasconde una grande verità: solo chi fa qualcosa sbaglia

Molte persone procastinano una decisione o un'azione perché hanno paura di fallire, di sbagliare, di essere giudicati.

A pensarci bene se mai iniziamo a fare una cosa sicuramente avremo un esito negativo, quindi la nostra paura a sbagliare sarà fondata. 

Il vero problema non sta tanto nel commettere errori, bensì dall'imparare da essi e rialzarci ad ogni caduta.

Da piccoli sapevamo bene come funzionava, provavamo a fare una cosa ma sbagliavamo e nello sbagliare aumentavamo le nostre competenze; vi è un'unica differenza da quando eravamo bambini a oggi: da bimbi non avevamo paura di sbagliare!.

martedì 30 luglio 2013

Gli insegnamenti di Henry Ford: accettare le sfide

INSEGNAMENTO: accetta le sfide.

Henry Ford sapeva benissimo che avrebbe dovuto fare qualcosa di sensazionale per uscire alla ribalta e far parlare di sé. Sapeva che sarebbe riuscito nell'intento di produrre auto di buona qualità per il pubblico ad un prezzo basso. Individua l'opportunità di farsi notare sfruttando la moda delle corse sportive.

Pur non avendo nessun interesse per le competizioni, anzi pensa che sia un problema il fatto che molti costruttori pensano solo a costruire auto veloci anziché pensare a costruire auto per la gente comune, mette a punto un motore a due cilindri veloce e lo monta su uno “chassis”. Poi accetta la sfida del campione d'America Alessandro Winton di Cleveland e riesce anche a batterlo.
Henry in merito a ciò dice: “Fu quella la mia prima gara ed essa mi diede la notorietà sotto quell'unica forma alla quale  il pubblico si mostrava accessibile”.

Non ne aveva bisogno, ma la vittoria sul campione d'America per le corse, infuse maggiore convinzione a Ford sulla qualità del prodotto.
Il prodotto c'era, ora occorreva impegnarsi sui metodi produttivi: "I compratori imparano a comperare. La maggior parte terra’ conto della qualità e cercherà di avere per ogni dollaro quanto piu’ e’ possibile di qualità buona…. se voi vi disponete a produrre col criterio della qualità piu’ alta e a vendere col criterio del prezzo più basso, incontrerete una richiesta cosi’ grande da poterla anche chiamare universale”.

Ford inizia a pensare alla standardizzazione ma guardandola dal punto di vista del consumatore e non del produttore: "La standardizzazione puo’ essere veduta come un cattivo affare tranne che essa non comporti il programma di ridurre costantemente i prezzi ai quali e’ venduto l’articolo… il pubblico dovrebbe al contrario sempre meravigliarsi che gli si possa dar tanto per il denaro speso”.
Standardizzazione” (per usare il vocabolo come lo intendo io) non significa affatto la scelta dell’articolo  di piu’ facile vendita e la semplice concentrazione in esso. E’ invece un ricercare notte e giorno e probabilmente per anni, dapprima intorno a quello che meglio convenga al pubblico e poi intorno al modo di fabbricarlo.. quindi se noi abbiamo ricondotto l’industria dalla base del guadagno alla base del servizio noi ci siamo con cio’ assicurato un vero affare, i cui redditi non lasceranno nulla a desiderare”.

Nel 1903 nasce fonda la “Ford motor company” in cui espleta le funzioni di vice presidente, disegnatore, ingegnere in capo, soprintendente e direttore generale con capitale $100.000, di cui interamente versato solo $28.000.
All'inizio possiede solo il 25,5% delle quote, nel 1906 acquisisce il 51% con soldi guadagnati nella società) e subito dopo al 58%. Nel 1919 il figlio Edsel comprerà il rimanente 41,5%.
 

martedì 23 luglio 2013

Insegnamenti di Henry Ford: gli uomini hanno bisogno di essere liberi per lavorare.

Henry Ford nel 1899, dopo essersi licenziato dalla "“Detroit automobile company", affitta un magazzino magazzino di mattoni al n. 81 di Park Place di Detroit per continuare i suoi esperimenti e per “scoprire che cosa fossero veramente gli affari”.

Capisce che vi è un gap tra le aziende che vogliono "fare soldi" e le aziende che "vogliono costruire qualcosa nell'interesse del pubblico"
Egli scrive: “L’aspetto più sorprendente degli affari quali erano condotti era la grande importanza data alla finanza e la poca importanza data al servizio. Questo mi sembrava il rovescio del processo naturale per cui il denaro deve venire come risultato del lavoro e non precedere il lavoro”.
Il secondo aspetto che mi colpì negli affari fu la generale indifferenza ai migliori metodi di lavorazione fino a tanto che un prodotto qualsiasi si vendeva e apportava denaro…
Il mio pensiero, allora come oggi, era quello che se un uomo eseguisse a dovere il suo lavoro, il prezzo che egli ne avrebbe ricavato, il guadagno e tutte le altre questioni finanziarie si sarebbero messe a posto da sè e che un’azienda aveva da incominciare in piccole proporzioni e da svilupparsi gradatamente merce’ i propri redditi, se non ci fossero redditi, questo doveva costituire un avvertimento al proprietario
”. 

Forte di questi suoi convincimenti dice:
Decisi inoltre che, se non vi fosse mezzo d’avviarmi a quella specie d’attività’ che io pensavo potersi gestire nell’interesse del pubblico, io semplicemente avrei rinunciato a qualunque avviamento, giacché la mia breve esperienza personale, insieme con quello che vedevo succedere intorno a me, mi dava prove sufficienti che gli affari intesi come un semplice gioco per guadagnare denaro non meritavano che ci si spendesse molto pensiero e non erano senz’altro il posto per un uomo che aveva l’intimo bisogno di compiere qualche cosa.   Non mi parve  quella la giusta via per far denaro. E ancora aspetto che mi si dimostri essere quella la giusta via. Il solo fondamento di una industria reale, io insisto, e’ che essa renda servizio”. 

INSEGNAMENTO:
C’e’ un sottile pericolo in un uomo il quale pensi di essersi “messo a posto” per tutta la vita. Cio’ significa che al prossimo  giro della ruota del progresso egli sara’ buttato fuori”. 
Henry ford è un uomo che guarda avanti, a cui non piace lo status quo e traccia la sua personale linea innovativa:
Gli uomini d’affari vanno in rovina insieme con le loro imprese perché amano le vecchie vie al punto da non sapersi risolvere a cambiarle. Li si trova da ogni parte codesti uomini che non sanno che ieri e’ passato, e che si son destati anche questa mattina con le loro idee dell’anno scorso, potrebbe quasi iscriversi come una formula che quando un uomo incomincia a pensare d’aver trovato il suo metodo, egli farebbe meglio a incominciare un piu’ investigativo esame di se’ per scoprire se qualche parte del suo cervello non sia andata a dormire. C’e’ un sottile pericolo in un uomo il quale pensi di essersi “messo a posto” per tutta la vita. Cio’ significa che al prossimo  giro della ruota del progresso egli sara’ buttato fuori”.

INSEGNAMENTO: Gli uomini hanno bisogno di essere liberi per lavorare. 
L’influenza del denaro – la pressione per ricavar profitto da un’investizione di capitale  - e la trascuranza e l’indebolimento del lavoro che ne conseguono e si riflettono quindi sui servizi, mi si rivelarono in molte guise, essere alla radice della maggior parte degli inconvenienti. Erano la causa dei bassi salari: giacche’ se il lavoro non e’ ben diretto, non si possono pagare alte mercedi. E se tutta l’attenzione non e’ concentrata sul lavoro, esso non puo’ essere ben diretto. La maggior parte degli uomini hanno bisogno di essere liberi per lavorare: col sistema vigente essi non potevano essere liberi. Durante il mio primo esperimento io non ero libero; non potevo dare pieno svolgimento alle mie idee. Ogni cosa doveva essere concepita per far denaro; l’ultima considerazione era il lavoro. E il lato piu’ curioso di tutto cio’ era l’insistenza nel predicare che era il denaro e non il lavoro quello che contava. Nessuno era colpito dall’assurdità’ che il denaro avesse la precedenza sul lavoro, sebbene ognuno dovesse ammettere che dal lavoro doveva venire il guadagno, pareva si desiderasse trovare una scorciatoia per il denaro e passare per quella che si presentava piu’ ovvia: cioe’ attraverso il lavoro.


In quel piccolo magazzino Henry Ford fa una lunga e profonda riflessione sull'attuale sistema lavorativo e rafforza la sua persoanle visione. Qui prendono vita i valori imprenditoriali, la mission della futura Ford Motor Company, qui nase la sua personalissima nuova business idea. La sua strategia è chiara e vuole:
  1. produrre un’automobile buona a basso prezzo, abbinata a un servizio continuo per il cliente;
  2. trovare metodi di produzione e distribuzione radicalmente diversi e innovativi risperro a quelli dominanti.
Questo è il passo decisivo, Henry Ford da bruco meccanico si trasforma in farfalla imprenditore.

giovedì 18 luglio 2013

Le conseguenze dei nostri errori...

Nel post "Sei proattvo o reattivo" abbiamo affrontato i due concetti di Sfera d'influenza e Sfera di coinvolgimento

Però, prima di focalizzarci sulla nostra sfera d'influenza occorre tenere ben a mente due concetti: le conseguenze e gli errori.

Noi come uomini siamo liberi di agire, di operare le nostre scelte, ma non ne controlliamo le conseguenze. Possiamo solo prevederle ma non riusciamo a controllarle. Ad esempio se decidiamo di condurre una vita all'insegna del sotterfugio, agiamo in maniera disonesta con i nostri clienti, le conseguenze saranno diverse se veniamo scoperti o meno.

Le scelte che operiamo e che ci portano a conseguenze negative per noi le chiamiamo errori. Sono quelle scelte che se potessimo rifare le cambieremmo. Gli errori del passato sono situate nella nostra sfera di coinvolgimento e quindi non possiamo farci nulla, non possiamo cambiarli nè controllarli, però possiamo imparare da essi per correggerci ed evitare in futuro nuovi errori dello stesso tipo. 

Riconoscere i propri errori fa parte di un carattere proattivo, mentre non riconoscere i propri errori porta la persona all'autoinganno, alla giustificazione, alla reattività. E' questo un errore di grado molto alto che spesso ci porta a fare ricorso a quelle che vengono definite le "menzogne razionali".

Quindi la qualità della nostra vita non dipende dagli errori che commettiamo, bensì dalla risposta che diamo ad essi: siamo liberi di scegliere le nostre azioni ma non ne conosciamo le conseguenze ma dagli errori possiamo apprendere.

mercoledì 17 luglio 2013

La prima competenza del collaboratore autonomo: rivalutare le credenze limitanti

La nostra tendenza è quella di credere in cose che non conosciamo affatto. Nel post "Lotta contro le opinioni dominanti" potrai leggerne un esempio pratico ricavato dalla biografia di Henry Ford.

Un altro esempio l'ho riportato nel post "Superare i propri limiti
Sei uno di quelli che sta pensando: "Ma io conosco bene le cose in cui credo"? Allora ti invito a leggere subito il post "Le certezze che creano nemici

Nell'azienda in cui lavori, hai mai sentito dire a qualcuno questa frase? "Perché mai dovrei assumermi questa responsabilità"? "Qui nessuno ti gratifica, ogni cosa è dovuta", "Non riuscirò mai a portare a termine quel lavoro". ecc.

Sono queste tutte affermazioni limitanti che inibiscono il nostro operato e non danno adito a sfruttare il nostro vero potenziale. Queste credenze limitanti sono come una palla al piede che portiamo nel corso della nostra vita. Man mano che passano gli anni iniziamo a farci l'abitudine, iniziamo a pensare che forse non possiamo correre perché è così, punto e basta. Questa palla al piede ci permette di camminare ma non possiamo assolutamente nuotare perché ci porterebbe in fondo ma non ci permetterà mai di prendere il volo. 

E' importante disfarcene il prima possibile. Come? Andando in fondo ad ogni questione senza restare in superficie. Se ad esempio pensi che il tuo capo potrebbe arrabbiarsi se prendi una decisione in maniera autonoma pensa se ciò è vero. Ci sono casi in cui chi ha preso decisioni in azienda non è stato redarguito, anzi incoraggiato? Pensi veramente che se hai preso la giusta decisione qualcuno possa arrabbiarsi con te?

A me è capitato, nessuno voleva prendersi la responsabilità, il capo non era raggiungibile telefonicamente ma noi dovevamo obbligatoriamente prendere una decisione. I miei superiori si tirarono indietro con qualche scusa e allora decisi di agire. L'ho fatto perché non avevo altre soluzioni, perché ho pensato che forse era la cosa migliore da fare, ho iniziato a pensare come l'avrebbe affrontato il problema il capo e così ho agito.
I miei superiori mi dissero che avevo commesso un grosso errore e che ne avrei pagato le conseguenze. Quando il capo rientrò in ufficio,subito corsero a riferirgli dell'accaduto. Era un capo autoritario e non lasciava molto spazio ai subalterni. Con grosso sconcerto da parte di tutti valutò la mia azione e disse che lui non avrebbe potuto fare di meglio, si congratulò con me e disse "Finalmente qualcuno che sa prendersi delle responsabilità in quest'azienda"

Ricorda: non dare per scontato cose che non conosci affatto


martedì 16 luglio 2013

7° passo per fare carriera: AFFINA LE TECNICHE DI SVILUPPO PROFESSIONALE.



Angelo Emidio Lupo
QUESTO E' L'ULTIMO DI SETTE  POST IN CUI TI INSEGNO  AD UTILIZZARE L’ENERGIA CHE HAI DENTRO DI TE PER INDIRIZZARLA VERSO UN PRECISO OBIETTIVO: LA TUA CARRIERA. IMPARERAI A MUOVERE GUERRA A TE STESSO E ALLE TUE CREDENZE AUTOLIMITANTI.
Scoprirai che con piccoli accorgimenti farai passi da gigante, Passi che ti porteranno a compiere quel salto di qualità necessario al raggiungimento dell’obiettivo prefissato. 
Innanzi tutto ti dico che non c’è risultato se non c’è azione!  L’articolo è diviso in sette passi da seguire per fare carriera: leggi prima tutto l’articolo per avere una visione d’insieme, poi leggi un passo alla volta, rifletti e infine agisci.
Ricorda che non c’è risultato se non c’è azione.


AFFINA LE TECNICHE DI SVILUPPO PROFESSIONALE

Per renderti meglio l’idea, io posso tracciare un sentiero, sei tu che dovrai arare il terreno e piantare il seme. Sei tu che dovrai anche raccogliere i frutti del tuo lavoro. A me resta la soddisfazione di averti aiutato e di essere stato utile al mio prossimo. Almeno è quello che spero.
Anche quando raccogli i frutti, dopo un duro lavoro, devi continuare a lavorare. Ti chiederai il perché, ma la risposta è semplice: le erbacce sono sempre in agguato e pronte a prevaricare sul terreno, e tu devi estirparle continuamente.

La nostra mente è come un giardino e le erbacce rappresentano le false credenze. Queste false credenze sono limitanti e portano al fallimento. Devi coltivare una mente aperta. Per farlo devi continuamente estirpare erbacce e piantare semi. Nei limiti del possibile cerca di prevedere ed eliminare le minacce prima che possano verificarsi e metterti in difficoltà. Dormire sugli allori è un errore che non puoi permetterti. 
Ogni giorno devi compiere determinate azioni, migliorare nel tuo campo, sviluppare programmi. Ogni giorno devi disciplinarti e compiere un miglioramento. Napoleon Hill, padre del pensiero positivo, diceva che ogni giorno devi «Percorrere un miglio in più», che significa dare di più di quanto richiesto.
Per avere di più, quindi, devi fare di più. Questo è un principio che devi seguire, se vuoi ottenere di più. Dare di più non significa soltanto lavorare più ore o studiare più ore, significa anche farlo meglio, cioè con maggiore efficacia.

Sei arrivato alla fine dell’articolo. Questo è già un buon inizio. Nel corso della mia esperienza ho avuto modo di maturare i concetti che hai letto. Alcuni fanno parte della letteratura odierna e passata, mentre molti sono frutto di esperienza diretta. Nell’ebook ci sono consigli pratici che non troverai nei corsi di management o di aggiornamento.
Comunque tra l’insegnamento e la realtà esistono dei gap. Questi gap sono dovuti a una realtà estremamente complessa e impossibile da prevedere con esattezza, perché le variabili sono troppe. Non pretendo che impari tutto, ma ti invito a rileggere l’articolo più volte e a riflettere sugli argomenti che reputi migliori.
I consigli che ti ho illustrato per me hanno funzionato, forse per te vanno leggermente riadattati, comunque ti consiglio di avere un approccio scientifico: prima sperimenta, poi giudica. Così facendo capirai meglio i concetti, li approfondirai e ci metterai del tuo.
Winston Churchill disse: «Nella vita di ogni uomo arriva un momento particolare in cui, in senso figurato, si sente bussare sulla spalla e gli viene offerta l’occasione di fare qualcosa di speciale, unico e adeguato al suo talento. Che tragedia se si facesse trovare impreparato o incapace di svolgere il lavoro in cui toccherebbe la sua punta massima».
Ora però devi prendere l’iniziativa e agire: senza azione non c’è promozione! Buon lavoro e buona promozione!


Articoli correlati

Articoli che potrebbero interessarti